UNA MISURA NELLA DISMISURA
Pierre Restany

Cavalcata notturna- J. Zwobada

Amplesso -  J. Zwobada

Bassorilievi - Maison de la chimie à Paris - J. Zwobada

Nudo di spalle -  J. Zwobada

Offerta -  J. Zwobada

Pomeriggio di un Fauno -  J. Zwobada

Fiori del male -  J. Zwobada

Omaggio a berlioz -  J. Zwobada

lettere ad Antonia -  J. Zwobada

La Libertà-  J. Zwobada

Le ballerine -  J. Zwobada

Anfora-  J. Zwobada

Onda -  J. Zwobada

Ninfa -  J. Zwobada

Orogenesi -  J. Zwobada

Palindromo, 1954

Interpenetrazione -  J. Zwobada

Ulivo -  J. Zwobada

Ritratti di Antonia -  J. Zwobada

Monumento ad André Caplet -  J. Zwobada

Miranda -  J. Zwobada

Invito al viaggio -  J. Zwobada

Aurora -  J. Zwobada

Mosaico - Rennes -  J. Zwobada

Opus Incertum -  J. Zwobada

La Coppia -  J. Zwobada

Elevazione -  J. Zwobada

Verticale -  J. Zwobada

Animale Fantastico -  J. Zwobada

Arianna -  J. Zwobada

Cibele -  J. Zwobada

Gea -  J. Zwobada

Tellus -  J. Zwobada

Metamorfosi -  J. Zwobada

Orfeo ed Euridrice -  J. Zwobada

Il Camposanto di Mentana -  J. Zwobada

Con il trascorrere del tempo, e solo allora, l’opera di Jacques Zwobada potrà occupare il posto che le spetta nel suo secolo e sarà quasi certamente un posto esemplare.

Zwobada è nato a Neuilly nel 1900 ed è morto a Parigi nel 1967. Sono trascorsi più di trent’anni dalla sua scomparsa e urge una rilettura della sua opera, così come d’altronde bisogna riesaminare, allo stesso titolo, quella di Germaine Richier (1904-1959), sua contemporanea nel secolo, anche se per un periodo più breve. I due scultori hanno in comune un percorso costellato di titaniche lotte interiori fra la ragione e l’istinto, uno stile della mano nel modellato del disegno che spiega un attaccamento incondizionato ai materiali classici della scultura (terra, gesso, bronzo), un presentimento inesorabilmente mistico nella liberazione gestuale della forma.

La modernità assunta  da Zwobada si inserisce nella continuità spirituale della visione futurologica di Rodin: una dinamica pura dell’istinto sensuale che sfocia nell’aleatorio assoluto dell’al di là delle apparenze.La modernità di Zwobada è astratta, è il frutto di un impegno totale, passionale, mistico, psichico e doloroso, d’un fascino irresistibile che sfugge agli imperativi categorici della ragione. Questo romanticismo “informale” si inserisce nella logica evolutiva della sensibilità del XX secolo, di cui illustra l’aspetto sentimentale, ma questo aspetto non è il solo. Il nostro secolo non è soltanto romantico, esso è innanzi tutto industriale; questo dualismo storico costuituisce la sua caratteristica fondamentale. Nel 1913, con il suo primo ready-made, Marcel Duchamp ci rivela questo aspetto diverso dell’arte nella fusione della complessità crescente della relazione arte-industria. La natura moderna, industriale, urbana e mediatica – di cui io sono stato, con la mia teoria del nuovo realismo, il più ardente fautore – ha finito con l’occultare l’altro aspetto della  nostra modernità, ovvero la natura romantica dell’astrazione lirica.Di questo filone romantico del modernismo, Zwobada avrà personificato in modo esemplare la visione progressiva nella misura come pure nella dismisura.Oggi, alle soglie del terzo millennio, il gioco è fatto per quel che riguarda i due aspetti dell’arte del XX secolo.
E’ ora di procedere alla rilettura dell’opera di Zwobada inserendola nel suo reale contesto oggettivo e soggettivo. E’ quello che mi propongo di fare scrivendo questo testo. Può sembrare paradossale che una simile decisione sia presa da uno dei protagonisti della scena artistica, la cui riflessione teorica e l’impegno nell’azione critica sono stati determinanti nell’occultare il lirismo astratto in seno al paesaggio della modernità di questo mezzo secolo. Ma solo apparentemente. Nessuno meglio di me era in condizione di affrontare il problema dall’altra faccia dell’arte, dalla riva opposta, certo, ma da una sponda di sensibilità non scevra di riferimenti,  di contatti e d’influenze osmotiche con il proprio alter ego.

Il dualismo tra ragione e istinto domina tutto il corpus dell’opera di Zwobada e appare come il segno della sua modernità: raramente un artista avrà vissuto così pienamente gli impulsi antinomici della propria natura proiettandoli sul piano esistenziale al livello parossistico dell’angoscia. L’arte è un dramma doloroso e l’opera progredisce al termine dei superamenti puntuali di contraddizioni sempre rinascenti. Il dualismo della visione ne diventa il destino. Un personaggio che si è rivelato essenziale per me nell’approfondire la conoscenza dell’arte del mio tempo vive con la stessa intensità il tormento di una dicotomia psicologica: César, che si afferma sia come custode della grande tradizione della statuaria nei suoi ferri e bronzi saldati, sia come predatore dell’oggetto industriale nelle sue compressioni.  Il riferimento a César giunge a proposito per completare il riferimento a Germaine Richier nel mio approccio analitico all’opera di Zwobada e mi consente di metterla sul suo giusto podio nel panorama della scultura contemporanea. Mi basti immaginare la Cavalcata notturna di Zwobada fra La montagna di Germaine Richier e la grande Rambaud di César: è ineccepibile!  Ma che io debba proclamare oggi quest’evidenza sul tono della rivendicazione, come per riparare una dimenticanza, può costituire un problema. La risposta è semplice: il romanticismo.Zwobada è stato l’ultimo grande romantico dell’arte del XX secolo, e questo romanticismo egli l’ha vissuto come un super-destino solitario che si è innestato nel dualismo della sua natura sottolineandone le contraddizioni, esacerbando le situazioni estreme.Egli coniuga la propria vita al doppio ritmo dell’amore folle e del saggio insegnamento del disegno.Un lungo tirocinio accademico presso la Scuola delle Belle Arti di Parigi (1918-1924) trasforma la sua inclinazione innata per il Disegno in una impellente vocazione didattica che egli spinge sino al  perfezionismo e che assumerà fino alla morte.La sensualità profonda della sua natura, che traspare nei nudi e nei Bassorilievi molto art déco degli anni 1925-1930 si scatena dal 1939 in poi nell’esplosione di una passione esclusiva e divorante per Antonia Fiermonte, che si tradurrà nell’opera con la glorificazione del corpo della donna amata. Antonia è onnipresente nella morfologia della carne che ossessiona lo scultore negli anni quaranta.Il modellato sodo e flessuoso dei suoi Nudi al Carboncino e a Seppia testimonia l’instaurazione di un vocabolario sempre più insistente nell’intensità carnale che culminerà nell " Offerta " del 1952. Egli pone quel calore generoso del tratto al servizio dell’altra sua passione, la musica, illustrando con dieci disegni " Il pomeriggio d'un fauno " di Mallarmé e con venticinque litografie venticinque poesie dei " Fiori del male " di Baudelaire. Il “musicalismo” delle cadenze poetiche si armonizza con il flusso delle cadenze sonore così come  con l’erotismo del verbo. Romantico di altri tempi, Zwobada pratica l’amalgama dei linguaggi e dei sentimenti. Disegnatore ispirato la cui prima passione è stata la Musica egli si rivela anche un grande epistolografo.Le innumerevoli lettere scritte ad  Antonia ed agli amici consolidano il suo rapporto egocentrico riguardo al mondo e costituiscono il commento più acuto del suo percorso creativo, dove il disegno rimane il filo di Arianna.E’ dunque il disegno la chiave di lettura fondamentale di Zwobada, la chiave di volta che sostiene l’architettura diversa e apparentemente dispersiva dell’opera: fa apparire nella progressione del linguaggio ciò che Lupasco ha denominato logica dei contraddittori. L’apparizione, o meglio l’intrusione, appassionata di Antonia nella vita dello scultore suscita reazioni a catena, la cui diversità non pregiudica affatto la coerenza dell’influsso dinamico: Antonia incarna la presenza fisica di una bellezza ardente che distoglie progressivamente Zwobada dall’ideale della sana bellezza dei novecentisti. Si distacca da Maillol per avvicinarsi a Rodin che genera in lui “l’emozione che martirizza il cuore” e inaugurare la strada  affettiva e la liberazione formale che lo condurrà all’impeto gestuale de "La Libertà" , magma di rotondità carnose, animate all’interno da quel soffio di sensibilità cosmica che Yves Klein chiamava “immateriale”. Se si pensa all’Offerta, la donna giunonica che presenta il seno turgido, non si puo’ fare a meno di misurare il cammino percorso...Eppure "l'Offerta" e " La Libertà sono assolutamente contemporanee: sono del 1952! In entrambi i casi è proprio il corpo che parla, ma su due registri paralleli, quello dell’esaltazione dei sensi e quello della sublimazione del desiderio.

I disegni dell’inizio degli anni cinquanta generano così le Ballerine le Anfore, in alternanza sia con le Naiadi e le “forme curve” che preannunciano la via maestra delle “composizioni” sempre più astratte, quali la  Ninfa, Orogenesi, Palindromo, Interpenetrazione, sia con i suoi appunti di Viaggi Italiani (1947-51) che riflettono i numerosi soggiorni effettuati nel Paese della moglie.Zwobada, con Antonia, ha sposato l’Italia e i suoi disegni rispecchiano bene il dualismo, nell’approccio al Paese, della sua cultura e della sua natura. Espressione della formazione accademica, le sue vedute di Roma prediligono l’architettura antica e classica; mentre invece i suoi paesaggi delle Puglie (la terra natale di Antonia) sono interpretati con l’assoluta libertà e la spontaneità di un lirismo ardente. Il grafismo svelto del fogliame di alcuni ulivi di Casamassima evoca la chioma ondeggiante e riccioluta di Antonia, così come Zwobada la raffigura in un Ritratto  molto sensuale del 1943 nel quale la donna amata appare nell’effervescenza della sua capigliatura da Medusa (contrariamente alla testa del 1945 ed al busto del 1958, dove i capelli sono raccolti sulla  nuca). Dal 1952 in poi, lo spirito della Libertà prevarrà sulla presa di posizione formale dell’Offerta. E’ l’epoca delle grandi Composizioni in cui il lirismo visionario, liberato da ogni allusione figurativa, trova la piena espressione negli slanci cadenzati di una calligrafia possente. La gestualità astratta diventa monumentale.Le Composizioni s’innestano nella prospettiva diretta del pensiero architettonico di Zwobada e dei problemi d’arte pubblica ai quali si era avvicinato molto precocemente con le ordinazioni del monumento al musicista André Caplet a Le Havre (1924), del monumento a Bolivar a Quito (1929) e dei vari bassorilievi degli anni trenta.a Quito (1929). Un soggiorno a Caracas nel 1948-1950 gli offre l’opportunità di riallacciarsi al mito figurativo dell’indipendenza latino-americana.Nei suoi progetti dei Precursori o del monumento a Miranda (che poi non saranno realizzati) definisce il suo concetto di fregio monumentale, che riprenderà nel  1958-1964 per il progetto a Mentana.Lo slancio liberatorio si manifesta sul frontone di uno spazio murale con la traiettoria lineare di corpi aggrovigliati in una spirale vitale.  Le grandi composizioni grafiche dell’inizio degli anni cinquanta richiedono un muro: il loro intreccio calligrafico rivela la medesima sensazione di energia diffusa dei corpi avviluppati di guerrieri venezuelani  del 1948 o delle posizioni palesemente erotiche dei nudi allungati o accovacciati del 1944. Composizione per un fregio (1952) rivela in modo distinto, nel contenuto come nel titolo, le intenzioni dell’artista. "Invito al viaggio",  un grande carboncino del 1961, di cm.110 x 280, diventerà oggetto di un mosaico con le stesse misure per il piroscafo France, oggi Norway. I carboncini "L'Invitata",  "Aurora" ed "Equinozio" costituiscono i cartoni d' arazzo realizzati ad Aubusson. Il "tema  del  mosaico di Rennes" (1966) occuperà su mq 100 la facciata laterale della Facoltà di Lettere dell’Università di Rennes.

Questo repertorio del destino monumentale delle " Composizioni " è lungi dall’essere esauriente.E’ di per sè significativo che l’artista abbia denominato Composizioni queste avventure esplorative, queste improvvisazioni impulsive del gesto grafico. Pur non esitando a intitolarne una "Opus Incertum", esse denotano, sia per il numero, sia per il dinamismo inventivo, l’intenzione inequivocabile dell’autore: accedere a un altro linguaggio delle forme, a una scrittura gestuale libera che sia in grado di esplorare i complessi meandri di una nuova filosofia della visione, ovvero quella di una persona in osmosi con l’universo. In tale contesto si situa il sincronismo che s’instaura tra le Composizioni e la serie di sculture magistrali del periodo finale (1952-1967); esso raffigura le tappe successive di un essere pervaso da un lirismo ardente che cerca il pieno sviluppo liberatorio nei segni  dell’effusione cosmica. Lo spirito di dinamismo sincrono incarnato nella Libertà ispirerà ormai il percorso creativo di Zwobada fino alla morte, avvenuta nel 1967.Egli resisterà al cataclisma sentimentale provocato dalla scomparsa prematura di Antonia nel 1956 ed esprimerà la sublime apoteosi del periodo finale, quella della" Coppia ", delle "Elevazioni" e delle "Verticali", quella della " Cavalcata notturna ", degli " Animali Fantastici " o delle "Metafore Mitologiche" del 1965-67, Arianna, Cibele, Gea, Tellus. Secondo le variazioni formali delle composizioni, le sculture dell’ultimo periodo si riferiscono a due ordinamenti strutturali fondamentali. L’ordinamento verticale, quello di MetamorfosiLa Coppia, Orfeo ed Euridice, senza contare le varie versioni di Verticale, rappresenta lo spirito di elevazione, la motivazione poetica fondamentale dell’opera di Zwobada, come afferma Jacques Delahaye che fu suo allievo alla Scuola delle Arti Applicate e che lo considera il suo maestro spirituale. L’ordinamento orizzontale, quello della Libertà, Orogenesi, Palindromo o Interpretazione fino alla "Cavalcata  Notturna " e "l'animale fantastico ", due indiscutibili capolavori della scultura contemporanea, incarna “il moto dell’immobilità, lo slancio che anima l’equilibrio delle forze nell’immobilità della gravità”, lezione che Zwobada ha tratto dal messaggio di Rodin. Etienne Martin, lo scultore delle Dimore, il poeta dei luoghi misteriosamente abitati da tensioni esistenziali, non si è ingannato quando ha salutato, nel 1959, la sorda potenza vitale che anima le due forme congiunte in uno slancio spaziale della Cavalcata  notturna, “questo straordinario accoppiamento sotterraneo”.

L’amore esacerbato che Antonia ha ispirato all’artista assume un’eccezionale dimensione nell’elaborazione dell’opera: ne ha orientato il destino.  Fissando la pulsione erotica sull’oggetto esclusivo del desiderio, il corpo della donna amata, ha portato lo slancio passionale a un parossismo fuori dal comune, quello dell’effusione cosmica. Ed è proprio grazie a questo eccelso fenomeno di catalisi affettiva che Zwobada – nonostante l’incertezza e la sofferenza – ha potuto percorrere negli ultimi dieci anni della sua vita la strada maestra della grande arte del suo secolo. Il processo era già iniziato prima della morte di Antonia, avvenuta nel 1956: la data di numerose opere come Palindromo e Contrappunto (1954) o ancora  Metamorfosi e Elevazione (1955)  lo attestano inconfutabilmente. E’ questo flusso cosmico del sentimento che ha indotto Zwobada, pazzo di dolore dopo il 1956, a trovare l’energia necessaria per concepire, alla fine della vita, il progetto amoroso più disperatamente romantico e per creare gli ultimi pezzi magistrali destinati al suo ornamento: il Cenotafio monumentale dedicato ad Antonia nel cimitero di Mentana, presso Roma. Un viale lungo cento metri, fiancheggiato da due filari di cipressi e disseminato di un’antologia magistrale di sculture dell’epoca finale conduce a una tribuna trasversale a forma d’arco, il cui centro è occupato dalla Coppia. Dietro, dove si trovano i sepolcri e il busto di Antonia – Zwobada vi riposa ormai accanto alla moglie – il suolo è coperto da un grande mosaico lungo otto metri, eseguito sul modello di una composizione  a carboncino e a lapis nero, che fa parte della collezione permanente della Galleria d’Arte Moderna di Roma. Zwobada non riuscì a portare a termine questo grandioso progetto per il quale aveva chiesto la pianta all’architetto Paul Herbé. La figlia Anna dedica oggi ogni sua energia alla realizzazione concreta di questo bel sogno d’amore universale. Credo che sia il modo più bello di rispondere a un gesto d’amore con un altro gesto d’amore che onora un destino artistico fuori dal comune e ne preserva i segni più duraturi. La retrospettiva di Roma fa parte di questo programma di memoria attiva. Il cerchio di silenzio e di oblio che rischiava di avvolgere lo scultore è spezzato. Rallegriamocene, ma stiamo attenti: non risparmiamo gli sforzi in questo momento critico in cui Jacques Zwobada si avvia a occupare il giusto posto nel panorama dell’arte del XX° secolo e dedichiamogli la nostra gratitudine per  averci insegnato, con la sua vita e la sua opera, che c’è sempre una misura al di là della misura. 

Pierre Restany
Paris, Juin 1998
(Traduzione di Liliana Fiermonte)